Il Tempo, in sé fluire di momenti transeunti che vanno accolti, si apre a un "oltre" custode Eterno di valori trascendenti che vanno abitati. Vicende e realtà tendono alla suprema fusione nell'infinita Totalità, anima di ogni Speranza.

martedì 20 settembre 2005

Noi, gli eremiti di massa

Così, Umberto Galimberti ha sintetizzato emblematicamente uno dei “miti d’oggi” nelle colonne di Repubblica (18 agosto 2005, pag. 35). Secondo lo studioso, oggi “si vive separati l’uno dall’altro, come i monaci di un tempo”, in quanto gli attuali mezzi di comunicazione rendono tutti gli uomini spettatori e non artefici e protagonisti degli accadimenti. La conclusione è consequenziale: “Le mille voci che riempiono l’etere eliminano le differenze tra gli uomini. E li rendono sempre più soli”.
Le riflessioni del Galimberti scorrono fluide e incontrastate:
  1. gli interlocutori di un dialogo non comunicano, oggi, esperienze personali soggettive e diverse. Ognuno ascolta, e a sua volta narra, ciò che già sa (dai e grazie ai molti mezzi di comunicazione: dal telefono a internet, dalla televisione alla stampa, dalla radio alla pubblicità);
  2. questo non significa prendere posizione sulla bontà o meno dei mezzi di comunicazione nè discutere sui buoni e cattivi maestri; ma significa solo “sentirsi costretti” a prendere atto che “la natura umana” è cambiata (e qui non si parla se in meglio o in peggio!);
  3. “Lo scambio – scrive l’Autore – ha un andamento solipsistico, dove un numero infinito di eremiti di massa comunicano le vedute del mondo quale appare dal loro eremo, separati uno dall’altro, chiusi nel loro guscio come i monaci di un tempo, sui picchi delle alture, non per rinunciare al mondo, ma per non perdere neppure un frammento del mondo in immagine”;
  4. Ecco la situazione capovolta tra interiorità ed esteriorità: prima si meditava in solitudine, si viveva nell’intimità protetta del proprio ambito familiare e, successivamente si andava in piazza per realizzare la vita sociale trattata come progettato nel proprio pensiero; oggi,al contrario, ci si rifugia nell’intimità della propria camera, dove si apprende e si vive la vita cosmica di tutto e di tutti, su tutto e su tutti;
La conclusione più immediata è che i mezzi di comunicazione attuali, indipendentemente dall’uso che se ne faccia, hanno determinato dei mutamenti essenziali nella stessa natura dell’uomo. Si tratta di una vera mutazione “oggettiva” e non solo “funzionale”:
Se il mondo viene a noi – sostiene il Galimberti – noi ‘non siamo nel mondo’,… ma (siamo) semplici consumatori del mondo. Se poi viene a noi solo in forma di immagine, ciò che consumiamo è solo il fantasma. Se questo fantasma lo possiamo evocare in qualsiasi momento, siamo onnipotenti come Dio. Ma poi questa onnipotenza si riduce, perché, se possiamo vedere il mondo senza potergli parlare, siamo dei voyeurs condannati all’afasia
I mezzi di comunicazione, allora, non sono soltanto dei “mezzi”, dal momento che incidono e determinano in maniera consistente la stessa natura dell’uomo. L’uomo deve recuperare la capacità di fare esperienza. L’uomo non è onnipotente; come non sono onnipotenti i mezzi di cui dispone. Milioni di uomini solitari dovranno comunicare esperienze nuove e umane: al di là dei mezzi di cui dispongono.

lunedì 12 settembre 2005

COSA CI FANNO GLI ESSERI VIVENTI SULLA TERRA? LA RISPOSTA CE LA RIVELA DIO O CE LA FORNISCE DARWIN?

E’ stato pubblicato il volume di Orlando Franceschelli dal titolo Dio e Darwin. Natura e uomo tra evoluzione e creazione (Donzelli Editore). L’autore, prendendo le distanze dagli estremismi sia dei naturalisti che dei creazionisti, ritiene plausibile l’ipotesi evoluzionista accanto a quella di un Dio che interagisce con le leggi dell’evoluzione. Vuole, quindi, lasciare aperta la porta per un dialogo tra scienza e religione, e tentare di eliminare il pericolo di una scienza presuntuosa e smaniosa di onnipotenza, da una parte, e di una religione intollerante che trasforma le credenze religiose in strumento di potere.

E’ inutile, però, illudersi! I termini del dialogo tra scienza e religione sono uniti tra loro da ponti molto sottili. Veramente molto sottili, soprattutto quando non vertono su problemi “forti” (quali la finalità del mondo, il fine della vita, i concetti di vita e di morte, l’essenza e l’esistenza dell’uomo), ma debbono misurarsi su terreni poco esplorati, anche se fertilissimi, delle scienze fisiche e biologiche in generale (quali il creazionismo e l’evoluzionismo) e neurologiche in particolare (il rapporto, ad esempio, tra cervello e mente). Questo “sottile” dialogo dà vita, a volte a collaborazione e a nuovi filoni di confronto, a volte (più frequenti) a polemiche inconcludenti, quando non oziose.

Non c’è da meravigliarsi. Il dialogo fra scienza e religione è bello e interessante, ma si realizza tra persone che hanno un approccio alla conoscenza molto diverso. E’ un dialogo veramente interessante! Basta non fare finta di avere molti terreni in comune. Oggi è un’abitudine, per motivi intellettuali, intendersela sempre e comunque con esponenti religiosi, che possiedono e propongono le loro idee, che sono sicuramente nobilissime.
Il problema è che, per le religioni, la divergenza con il metodo scientifico sta nell’approccio. La divergenza, quindi, sta a monte. Tutte le scienze postulano e accettano solo la precisione delle misure e il rigore del linguaggio; tutte le religioni, invece, fanno dell’ambiguità del linguaggio il loro punto di forza e la loro stessa ragion d’essere.

Giovanni Andreae, nella sua Christianopolis del 1619 (quindi, nell'importantissima opera che si colloca fra quelle del filone "utopia" (e che sta fra le contemporanee: La Città del Sole di Campanella, la Nuova Atlantide di Bacone e la Nova Solyma di Samuel Gott ) scrive:
"Una certa Confraternita (a parer mio, si tratta di uno scherzo, ma secondo i teologi è una questione seria ... ) promise ... le cose piú grandi ed insolite; proprio quelle cose che gli uomini generalmente desiderano; diede anche la straordinaria speranza di emendare la corruzione dell'attuale stato di cose e ... l'imitazione degli atti di Cristo"
Quale confusione tra gli uomini abbia fatto seguito a questa notizia, quale conflitto fra i dotti, quale agitazione, quale scalpore e scompiglio di impostori e truffatori, è inutile ricordare o riportare.

domenica 7 agosto 2005

SOMNIUM ovvero ASTRONOMIA DELLA LUNA - L'OPERA POSTUMA DI GIOVANNI KEPLERO

CAUSA DELLE MOLTE PERSECUZIONI CHE LO ACCOMPAGNARONO PER TUTTO L'ARCO DELLA VITA

L'opera postuma di Keplero - iniziata a Tubinga nel 1593 e terminata a Sagan nel 1630 - copre un arco di tempo lungo quanto l'intera sua attività di studioso e di ricercatore. In essa, quindi, troviamo registrati e documentati sia i momenti più significativi delle sue scoperte nel campo della fisica astronomica e sia le tappe fondamentali delle sue riflessioni filosofiche e religiose, che hanno sempre camminato di pari passo. L'opera definitivamente conclusa, pertanto, comprende: a) le prime audaci ipotesi "rivoluzionarie" e "copernicane" del giovanissimo studente di Tubinga (nell'ultimo decennio del 1500), b) le mature convinzioni dell'astronomo che, pur nella lucida consapevolezza dei rischi cui va incontro, professa (nel "pericoloso" primo decennio del 1600) la sua dottrina scientifica, quale unica realtà vera, anche se, così pensando ed operando, si poneva in contrasto con tutti gli insegnamenti ufficiali impartiti nelle università, c) le provate e sofferte conclusioni dello studioso tormentato e dell'uomo travagliato, che (per tutto il secondo e il terzo decennio del 1600) anela, in solitudine morale e in emarginazione intellettuale, soltanto a rimanere coerente con le risultanze della "sua" scienza e con i dettami della propria coscienza.

In questa prospettiva cessa di apparire presunzione o atto di ingenua vanagloria la risposta che scrive al Bernegger nel 1929, l'anno prima che lo cogliesse la prematura morte. All'amico, che gli chiede consiglio per qualche testo di matematica, suggerisce: " Che cosa sarebbe - scrive nel mese di marzo - se ti sottoponessi, giusto per celiare, la mia Astronomia della Luna ossia gli aspetti visibili degli astri? Certamente per noi, che veniamo cacciati dalle terre, questo sarà viatico che ci accompagna nelle peregrinazioni e nelle migrazioni verso la Luna. A quel mio libro aggiungo La faccia visibile della Luna di Plutarco tradotto interamente e nuovamente da me e integrato in parecchie lacune con apporti derivati dall'esperienza: cosa che è stata impossibile a Silandro, non essendo egli fisico di professione".

A porre mano di persona, per dare definitiva ed esaustiva sistemazione alle sue ricerche, è spinto da motivi personali veramente stringenti. " Due anni fa - aveva scritto, infatti, nel 1623 sempre al Bernegger - appena tornai a Linz, cominciai a ricomporre o, piuttosto, ad abbellire e rendere più chiara l'Astronomia della Luna. In verità, sono rimasto fermo per attendere, inutilmente, il libro La faccia visibile della Luna del greco Plutarco, che non mi è stato inviato da chi m'aveva promesso di mandarmelo da Vienna (…). Che cosa sarebbe se venissero pubblicate in un unico libro l'Astronomia lunare mia e quella di Plutarco? E non sarebbe pure raccomandazione valida quella che vengano aggiunte anche le Storie vere di Luciano? (…). Nel mio studio ci sono tanti problemi quanti righi tracciati: e, per di più, da risolvere in parte dal punto di vista astronomico, in parte dal punto di vista fisico, in parte dal punto di vista storico. Ma cosa vorresti fare? Quanti sono quelli che reputeranno degno d'affrontarli e di risolverli? Gli uomini, com'essi dicono, vogliono che le inezie di questo genere vengano fatte fuori con una leggera fiancata, e non sono facilmente disponibili a corrugare la fronte per simili passatempi. E allora ho deciso di risolvere ogni cosa io, aggiungendo alla fine del testo delle note in ordine successivo. Un esperimento fatto con il telescopio, che ho acquistato recentemente, mi ha offerto una visione meravigliosa e assolutamente notevole: città e muri, circolari stando alla forma dell'ombra da loro proiettata".
E, dando spazio alla sua ironia, certo non distruttiva, ma pregna di quell'amarezza che nasce negli animi onesti di fronte alla prepotenza spesso unita all'ignoranza di "uomini di potere", continua: "Che dire di più? Campanella ha scritto la Città del Sole; che cosa sarebbe se noi scrivessimo la Città della Luna? Forse sarebbe impresa mirabile mettersi a descrivere con i colori vivaci i costumi ciclopici del nostro tempo. Vorremmo oltrepassare il limite delle terre, per andare a rifugiarci negli immaginari imperi lunari? Ma perché usare scappatoie, dal momento che non furono al riparo né Moro nell'Utopia né Erasmo nell'Elogio della pazzia; anzi entrambi dovettero difendersi? Abbandoniamo, dunque, interamente questa pece politica e dimoriamo nei verdi boschi della filosofia naturale".

E' l'amarezza dell'uomo perseguitato ingiustamente, che voleva solo portare a termine i suoi studi, sempre turbati ma mai scalfiti dall'insano e miope comportamento di uomini tanto potenti quanto ignoranti. Keplero aveva steso - sul canovaccio della Dissertazione del 1593 - l'Astronomia della Luna nel 1609 a Praga, e l'aveva fatta circolare manoscritta in un numero limitato di copie. Fu proprio la diffusione di quest'opera a cacciarlo in guai seri, come egli stesso ci riferisce nella nota 8 del Somnium: "Non so se l'autore dell'audace satira intitolata Conclave di sant'Ignazio si sia imbattuto in un esemplare di questo mio libretto; ad ogni modo mi tocca espressamente sin dal principio. Andando avanti, appunto, conduce il povero Copernico davanti al tribunale di Plutone, dove, se non mi sbaglio, si accedeva attraverso le voragini del monte Hekla. Voi, amici, che siete a conoscenza dei miei fatti e sapete bene quale sia stato il vero motivo del mio recentissimo viaggio in Svezia, e soprattutto se qualcuno di voi per caso ha avuto tra mano prima d'ora il manoscritto, capirete benissimo che codesto libretto è stato per me e per i miei familiari di male augurio. Ed io sono d'accordo con voi. Il presagio di morte è sicuramente grande se riposto in una ferita mortale che viene inferta, o nel veleno che viene bevuto; ma non minore appare il presagio di sterminio familiare riposto nella diffusione di questo scritto, tanto che lo vedresti come una scintilla andata a cadere su un'esca ben asciutta; crederesti subito, cioè, che quelle parole scritte da me siano state raccolte da animi intimamente malvagi e capaci di congetturare solo ciò che è nero. Eppure il primo esemplare fu portato, nel 1611, da Praga a Lipsia e da lì a Tubinga, dal barone di Volckerstorff e dai suoi precettori per gli studi e per il comportamento. Cosa debbo dirvi ancora, perché crediate che si è chiacchierato (soprattutto se ad alcuni il nome della mia Fiolsilde sembrava di malaugurio a motivo della sua arte) di questa mia favola nei negozi da barbiere? Di certo, proprio da quella città e da quella casa sono nate le chiacchiere e le calunnie su di me negli anni immediatamente successivi; questi discorsi, raccolti da animi ostili, divennero immediatamente un grande incendio nella pubblica fama, alimentato e gonfiato dall'ignoranza e dalla superstizione. Se non m'inganno, in questo modo comprenderete che sarebbe stato facilmente possibile che la mia famiglia non soffrisse vessazioni durate sei anni e che io stesso non sarei stato costretto al viaggio costretto a fare l'anno passato: sarebbe stato sufficiente che io avessi violato gli ordini datimi in sogno da questa Fiolsilde. Adesso, quindi, mi è molto piaciuto vendicare questo mio sogno dalle molestie che vi ho riferito. Per gli avversari costituirà un'altra pesante punizione".

sabato 6 agosto 2005

LA SCIENZA CERCA LA REGOLARITÀ - MA ALL'ORIGINE DI CIÒ CHE ESISTE VI È UNA SUA VIOLAZIONE

"Che cos'è il mondo? Che cos'è che ha portato dio a crearlo e secondo quale piano? Da dove dio ha tratto i numeri? Quale regola governa una massa così enorme? Perché dio ha creato sei orbite? Perché ci sono questi intervalli tra ciascuna orbita? Perché Giove e Marte, che non si trovano nelle prime orbite, sono separati da uno spazio così vasto?". Con queste parole ha inizio il Mysterium Cosmographicum, la prima opera a stampa di Keplero, pubblicata a Tubinga nel 1596. A guidarlo nella sua lunga e solitaria avventura intellettuale è la convinzione di poter svelare "a priori" l'ordine razionale (copernicano), che presiede alla costituzione del mondo. Se un Dio matematico è l'artefice dell'universo, coglierne il "mistero" non equivale forse a scoprire il disegno e i lineamenti geometrici del cosmo? La concordanza tra i dati delle distanze planetarie forniti da Copernico e le dimensioni delle sfere inscritte e circoscritte ai cinque poliedri regolari diventa per Keplero la massima espressione di ordine e perfezione della geometria euclidea. Numero dei pianeti, distanze delle orbite, moti dei pianeti, rapporto tra le distanze e i tempi di rivoluzione, tutto si tiene insieme, inserendosi in un tipo di spiegazione a priori mai tentata prima di allora.
Il Mysterium non ebbe il successo sperato. Tycho Brahe, a cui Keplero aveva inviato una copia del libro, non poteva accettare nessuna delle ipotesi filosofiche e teologiche, che tanto avevano entusiasmato l'astronomo tedesco. Le assurdità insite nella teoria copernicana erano, per lui, così evidenti, da non meritare neppure di insistervi troppo. L'armonia e la proporzione del cosmo, inoltre, devono essere cercate "a posteriori", dopo lunghe e complesse osservazioni, e mai "a priori".

Keplero, comunque, tiene di conto della "lezione" del grande astronomo danese. Partendo dai dati osservativi lasciatigli in eredità (Tycho Brahe muore il 24 ottobre 1601), Keplero, che nel frattempo era stato nominato astronomo imperiale di Rodolfo II, pubblica nel 1609 una delle sue opere più importanti: l'Astronomia nova. In essa sono contenute le cosiddette prime due "leggi di Keplero": a) le orbite dei pianeti sono delle ellissi; b) il Sole occupa uno dei due fuochi e la retta che congiunge il pianeta al Sole descrive aree uguali in tempi uguali. La terza legge - il rapporto tra il cubo della distanza di un pianeta dal Sole e il quadrato del suo periodo di rivoluzione è costante - sarà pubblicata nel 1619, nell'Harmonices mundi.

Quali sono le principali conseguenze che possono essere tratte da queste leggi? a) Keplero afferma, in pieno accordo con i dati osservati, che le orbite dei pianeti sono ellittiche, negando così l'antichissimo principio secondo cui i pianeti si muovono su orbite circolari. b) Il moto dei pianeti non è uniforme, ma varia con la distanza dal Sole (il pianeta si muoverà più velocemente quanto più è vicino al Sole, e viceversa). Il Sole, dunque, svolge la funzione di forza motrice dei pianeti: una forza motrice quasi magnetica, dirà Keplero (non bisogna dimenticare che nel 1600 William Gilbert aveva pubblicato l'opera dal titolo De magnete, che ebbe una vasta influenza non soltanto su Keplero, ma anche su Galileo).

L'intero sistema dei moti celesti è, quindi, governato da una facoltà fisica. Fa eccezione la rotazione del Sole attorno al proprio asse, per spiegare la quale Keplero attribuirà al Sole un'anima motrice. Le novità introdotte dal copernicano Keplero non furono accettate dagli astronomi del suo tempo. Galileo le ignorò, così come fecero la maggior parte degli astronomi e matematici europei. Solo con la teoria della gravitazione universale di Isaac Newton esse trovarono una soddisfacente spiegazione teorica.

La scienza cerca la regolarità, ma all'origine di ciò che esiste vi è una sua violazione L'idea è affidata a un'immagine di Vitruvio, resa celebre da un disegno di Leonardo. Un uomo con le gambe e le braccia divaricate, il cui corpo risulta iscritto al tempo stesso in un cerchio e in un quadrato entrambi con centro nell'ombelico, "il centro naturale del corpo umano", dice Vitruvio. L'idea è quella classica di simmetria come armonia delle proporzioni. La simmetria, spiega Vitruvio nel De Architectura, "è l'accordo armonico tra le parti di una medesima opera e la rispondenza di proporzioni tra le singole partì e l'intera figura". E il corpo umano ne fornisce un esempio naturale, che serve da modello delle opere architettoniche. "Senza rispettare simmetria e proporzione, nessun tempio può avere un equilibrio compositivo, come è per la perfetta armonia delle membra di un uomo ben formato". L'uomo ha trasmesso alle sue creazioni la simmetria del proprio corpo, dai templi di cui parla Vitruvio progettati sui modelli greci ai moderni grattacieli di Kuala Lumpur. Del resto, la simmetria destra-sinistra che caratterizza il nostro corpo sta all'origine delle nostre osservazioni della simmetria. Basta guardarsi intorno per scoprire ovunque simmetrie, negli oggetti della natura e negli artefatti umani, dalle piante alle conchiglie, alle stelle marine, ai fiori, ai rosoni delle chiese romaniche, dagli archi dei portici alle arcate dei ponti.

La simmetria degli antichi, di cui parla Vitruvio, si fonda sul concetto di numero intero; è una relazione di commisurazione numerica, che permette di stabilite un accordo armonico tra diversi elementi. Il termine greco stava, appunto, a significare commensurabilità. Simmetrici erano, dunque, quegli elementi multipli di una misura comune. Quando i Pitagorici affermavano che il numero sta all'origine di ogni cosa, esprimevano la loro fiducia nell'armonia dell'universo assicurata dalla commisurabilità numerica di ogni rapporto.

La scoperta di grandezze incommensurabili, come la diagonale e il lato di un quadrato, mise drammaticamente in crisi la loro visione del mondo. "a-logòs", irrazionale. Nel mondo greco quel rapporto è, appunto, qualcosa di indicibile. Quei segmenti non hanno "proporzione", sono linee "non simmetriche", scrive Platone nel Teeteto. Per Platone le proporzioni numeriche hanno la funzione di "accordare" in un'unità due o più termini diversi, e "il più bello dei nessi è quello che fa, di sé e delle cose che connette, la maggior unità possibile; e questo è la proporzione che lo realizza nel modo più bello". La sezione aurea di un segmento, la proporzione "divina" tra le sue parti, ne costituisce l'esempio paradigmatico. Proporzioni, simmetrie e armonie di ispirazione pitagorica entrano in gioco anche nel Timeo a caratterizzare l'idea platonica della formazione degli elementi naturali. La chiave è fornita dai cinque solidi regolari, i perfetti esempi di simmetria, che ispirano a Leonardo le illustrazioni della Divina proporzione e a Keplero il sistema planetario che presenta nel suo Mysterium Cosmographicum.

sabato 30 luglio 2005

IL DIALOGO TRA TEOLOGI E FISICI E' VERAMENTE POSSIBILE?

Contro lo gnosticismo del passato e quello del presente, che tendono a considerare la natura come un sottoprodotto della Creazione, il pensiero teologico esclude ogni dualismo tra corpo e spirito, osserva Lino Conti, docente di Storia del pensiero scientifico all'università di Perugia. E cita un testo dimenticato, ma fondamentale in alcune sue parti: la Theologia naturalis del catalano Raimondo Sebunde, il quale affermava: il libro della natura, "digito Dei scriptum", contiene la dimostrazione scientifica dell'esistenza del Creatore. Così, è ancora più "forte e innovativo" il dialogo tra teologi da un lato e fisici, astronomi, informatici, filosofi , dall'altro. "Sono lontani i tempi della contrapposizione anche virulenta: ora le nostre idee dell'uomo e del cosmo non sono più alternative", constata Giuseppe Lorizio, professore di Teologia fondamentale alla Lateranense. Il "libro della natura" permette un contatto strategico tra scienza e teologia. Perché, spiega Conti, "occuparsi del libro della natura vuol dire occuparsi della scienza dei fatti e delle opere di Dio. Nella natura Dio si manifesta, è leggibile". E ha dato grande impulso alla ricerca scientifica questo "libro della natura", che è all'origine una metafora biblica.

Due studenti, però, che leggano il medesimo libro e ne comprendano il significato in modo diverso o addirittura opposto, vengono valutati sempre allo stesso modo dal loro "docente", oppure a uno si dà il massimo e all'altro il minimo dei voti? E comunque, un libro che si presti a letture così diverse, non deve essere poi il frutto di una mente veramente eccelsa, a meno che non venga letto da menti …dementi. O anche: a meno che non si impedisca la lettura "oggettivamente" vera". E questo è un altro discorso; il discorso che ricerca i nessi tra verità e potere.

Nel dialogo proprio della ricerca culturale "libera", l'incontro è l'ignoto punto d'arrivo di lunghi e spesso tormentati itinerari, e mai il punto di partenza, inizialmente proposto e conclusivamente imposto da una delle parti dialoganti.

venerdì 15 luglio 2005

ISAAC NEWTON: DALL'ARTE SACRA ALLA RICERCA SCIENTIFICA?

Michael Wite dedica una biografia al padre della gravitazione universale: Newton. L'ultimo mago. Sir Isaac - secondo la "rivelazione" dello storico inglese - oltre a scoprire i principi che danno forma al mondo, fu anche mago e alchimista. Il geniale fisico, infatti, "aveva passato più tempo assorbito nelle sue ricerche alchemiche che nell'esplorazione delle limpide acque della scienza". Si impegnò a lungo allo studio della cronologia della Bibbia, dell'astrologia e della numerologia, esaminò profezie, si dedicò alla magia cercando di rivelarne i segreti ermetici (la prisca sapientia) "e forse anche alla pratica dell'occultismo e della magia nera". La prova? il milione (circa) di parole sull'alchimia, che lasciò dietro di sé e in gran parte inedite. Il creatore della moderna teoria meccanica, insomma, più che il primo scienziato dell'età della ragione, appare piuttosto come l'ultimo dei grandi maghi. "Le ricerche di Newton nel campo dell'alchimia - è la conclusione di White - esercitarono un influsso fondamentale sulle scoperte scientifiche con cui egli cambiò il mondo".

Forse più correttamente, però, come scrive Michaela Pereira nel suo nuovo Arcana Sapienza, fu proprio in seguito ai lunghi studi nel campo dell'alchimia che "Newton dovette in qualche modo riconoscere che queste ricerche non lo avrebbero portato mai là dove aveva sperato di giungere". Trovò la luce , in sostanza, proprio perché scelse di abbandonare un tunnel che si perdeva nel buio. Dall'Arte Sacra, insomma, difficilmente si poteva arrivare alla legge di gravità.

Quasi tre secoli fa, Isaac Newton diceva di sé:
"Io mi vedo come un fanciullo che gioca sulla riva del mare, e di tanto in tanto si diverte a scoprire un ciottolo più levigato o una conchiglia più bella del consueto, mentre davanti mi si stende, inesplorato, l'immenso oceano della verità"
A quel che Newton chiamava "divertimento", noi siamo soliti dare il nome di scienza.