Il Tempo, in sé fluire di momenti transeunti che vanno accolti, si apre a un "oltre" custode Eterno di valori trascendenti che vanno abitati. Vicende e realtà tendono alla suprema fusione nell'infinita Totalità, anima di ogni Speranza.

martedì 20 giugno 2017

ARROGANZA SEGRETA DI COMPORTAMENTI BANALI


Nel “Corriere della Sera” di ieri, 19 maggio 2017, è stata proposta una “Opinione” a firma di Dacia Maraini. Lo stile piacevole e il contenuto interessante (col sorriso si correggono non poche stupidità, aveva già detto duemila anni fa il poeta latino Orazio) ne rendono davvero utile la lettura. E noi la riproponiamo.

 Il linguaggio segreto, simbolo di fragilità.
Di Dacia Maraini

Le mode hanno qualcosa di stupido e devastante. Se chiedi a un ragazzo perché porti i capelli rasati di fianco e alzati sul capo come un panierino, ti dirà che fanno tutti così. Ma lo sai che questa moda della rasatura laterale vuole esprimere una rabbia militaresca ed è stata lanciata da Kim Jong, il piccolo grasso crudelissimo dittatore della Corea del nord? Mi si risponde con una alzata di spalle. Fanno pure ridere quelli che comprano a caro prezzo dei jeans pieni di strappi che imitano una finta povertà che piace soprattutto a chi povero non è. E che dire della moda delle scarpe a punta, (per fortuna ormai passata) che provoca deformazioni ai piedi? Il mito del piede piccolo nasceva in Cina dalla volontà di mostrare che una ragazza nobile e ricca non aveva bisogno di camminare. Andare a piedi era da contadine, per questo si torturavano i piedi fino a renderli inutilizzabili. Anche le scarpe a punta e i tacchi alti di oggi sono deleteri per un piede di donna che vuole camminare, correre, salire e scendere le scale. Ma se la moda lo chiede…

E che dire della barba lunga, spesso ingrigita, che gli adulti, soprattutto intellettuali, portano con disinvoltura? Sono stati i fanatici religiosi a cominciare. Per loro la barba è un simbolo di austerità e rigore morale. Il paradosso è che anche chi si dichiara laico e combatte i fanatismi, si fa crescere la barba. È la moda, e non ci posso fare niente, cara amica. Chi sa che il tatuaggio nasce nelle prigioni, come il linguaggio della pelle prigioniera? Erano gli analfabeti, i poveri schiavi che non sapevano né leggere né scrivere a parlare con le immagini del loro corpo. Il tatuaggio più ripetuto era la farfalla (ricordate Papillon?) o il gabbiano, che esprimevano il desiderio di attraversare le sbarre e inoltrarsi in un cielo libero. Anche una figura femminile o una barca dalle vele spiegate, parlavano della libertà perduta. Il corpo diventava la carta su cui si scrivevano i messaggi di un recluso infelice e solo. Come mai oggi ragazzi e ragazze, mai stati in prigione, si fanno infilare gli aghi nella pelle per imitare senza saperlo quei disperati segregati nelle carceri dei secoli scorsi? La moda si nutre di linguaggi segreti e memorie perse, e racconta una fragilità senza rimedio. L’arroganza sta nel ripetere un rito senza conoscerne le origini, per cieca allusione a una sofferenza non propria, come il crocifisso scintillante su un petto di donna, come l’anello infisso in una palpebra o sul labbro a memoria di una lontana schiavitù.


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